Quando lavoro con qualcuno, il punto non è capire di più. È riuscire a reggere nella vita quotidiana ciò che si è già capito. Molte persone arrivano con una buona consapevolezza: sanno da dove vengono certi schemi, riconoscono le proprie dinamiche, hanno già fatto percorsi. Eppure, sotto pressione, tutto si restringe. Le reazioni prendono il sopravvento, i confini si confondono, le scelte diventano faticose da mantenere.
Il mio lavoro si concentra lì.
Su ciò che si attiva automaticamente quando lo stress sale: convinzioni profonde, modi appresi di reagire, assetti interni che un tempo hanno protetto ma che oggi creano rigidità. Renderli più leggibili e meno automatici permette alle decisioni di durare e al corpo di uscire da uno stato di allerta costante.
Cosa metto a fuoco all’inizio
Quando inizio a lavorare con qualcuno, non parto dal problema così come viene raccontato, ma da come la persona reagisce quando la pressione aumenta. È lì che emergono i meccanismi più affidabili: quelli che scattano senza pensarci e si ripetono da anni.
Guardo come gestisce i confini, cosa succede quando deve scegliere e cosa accade nel corpo nei momenti di tensione o di responsabilità. Mi interessa osservare dove si irrigidisce, dove si adatta troppo, dove perde stabilità o entra in controllo.
Un punto centrale sono le convinzioni che tengono in piedi questi assetti. Non le idee dichiarate, ma quello che una persona ha imparato a fare quando è sotto stress e che guida le reazioni.
Da qui il lavoro diventa concreto. Non si tratta di cambiare tutto, ma di rendere questi automatismi più visibili e meno vincolanti, così che le scelte tornino ad essere reali e non solo intenzioni.
Il mio modo di lavorare
Nel lavoro con le persone non cerco di “aggiustare” in fretta, né di spingere verso risultati rapidi. Preferisco un ritmo che permetta alle cose di reggere nel tempo, anche quando la vita è piena e la pressione sale.
Il motivo è semplice: il cambiamento drastico, nella vita reale, spesso è insostenibile. Per mantenerlo dovresti stravolgere tutto: ritmi, relazioni, lavoro, abitudini. E quando un cambiamento richiede di stravolgere la vita da un giorno all’altro, di solito dura poco e poi si torna indietro.
Io preferisco un lavoro che si appoggia alla realtà che hai oggi: progressivo e sostenibile.
Partiamo da ciò che succede davvero: reazioni, scelte, confini, corpo. Quando qualcosa è difficile, non cerco scorciatoie o spiegazioni consolatorie. Restiamo su quello che c’è, lo mettiamo a fuoco e lo attraversiamo con gradualità, senza aggiungere ulteriore pressione.
Allo stesso tempo, non lavoro in modo vago. Se vedo evitamenti, rigidità o schemi che si ripetono, li nomino con chiarezza. Il punto non è “fare bene”, ma vedere cosa succede e smettere di farlo in automatico.
Ci sono anche confini netti: non lavoro a spot, non do esercizi standard, non prendo decisioni al posto della persona. Il lavoro deve poter stare nella vita quotidiana, non solo negli incontri.
Quando questo lavoro ha senso
Lavoro bene con chi sente di essere stanco di ricominciare da capo ogni volta, di capire senza riuscire a mantenere, di reagire sempre allo stesso modo anche quando non lo vorrebbe. Serve una disponibilità reale a guardare cosa succede, senza cercare soluzioni immediate o scorciatoie.
Questo modo di lavorare è adatto a persone che hanno già fatto un pezzo di strada. Persone che hanno capito molte cose di sé, ma che nella vita quotidiana fanno fatica a reggere scelte, confini o cambiamenti quando la pressione aumenta.
Probabilmente non è il lavoro giusto se in questo momento cerchi una spinta veloce, qualcuno che ti dica cosa fare o un intervento che risolva tutto senza mettere mano alla tua quotidianità. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato, ma perché questo tipo di lavoro richiede tempo, continuità e una certa onestà con sé stessi.
Il mio ruolo dentro Movimento Alkemico
Il mio lavoro si inserisce dentro il progetto Movimento Alkemico e ne segue la cornice. Non lavoro in modo isolato né costruisco percorsi “su misura” sganciati dal contesto: il modo in cui accompagno le persone è parte di un impianto condiviso, con criteri chiari e confini definiti.
Questo significa che la scelta di chi accompagna una persona non è casuale né basata sulla preferenza. È una valutazione che tiene conto del momento, delle dinamiche che emergono e del tipo di lavoro che può essere più utile in quella fase. Questo permette di mantenere coerenza, continuità e responsabilità nel tempo, evitando che il lavoro dipenda solo dallo stile individuale o dalla relazione personale.
Se lavori con me, entri in questo contesto. Non in un rapporto a due slegato da tutto il resto, ma in un progetto che tiene insieme metodo, confini e modo di stare nel lavoro.
Formazione e percorso personale
Il mio modo di lavorare si è costruito nel tempo attraverso percorsi diversi, che oggi porto in modo integrato e pratico.
Una parte importante arriva dal ThetaHealing®, che studio e pratico dal 2020. È stato un riferimento centrale per imparare a lavorare sulle convinzioni profonde: quelle frasi interne e quegli automatismi che, sotto stress, guidano reazioni e scelte anche quando “razionalmente” sai cosa vorresti fare. Mi ha dato una struttura per riconoscere cosa sta operando sotto la superficie, mettere a fuoco le convinzioni che tengono in piedi schemi ripetitivi e lavorarci in modo ordinato, senza restare nel generico.
Un altro riferimento importante è Soft Skill Academy (SSA). Qui ho consolidato un lavoro più legato alle dinamiche relazionali e comunicative, che nella vita reale sono spesso il punto in cui tutto si complica: confini, conversazioni difficili, conflitti, responsabilità, chiarezza. L’SSA mi ha aiutato a tenere lo sguardo su ciò che succede quando le persone evitano, si irrigidiscono, si spiegano troppo o si adattano per non perdere approvazione, e su come riportare queste dinamiche a scelte più nette e sostenibili.
Queste formazioni non sono strumenti da applicare a protocollo. Sono riferimenti che hanno modificato il mio modo di osservare e di stare nel lavoro. Oggi le uso come lenti, non come etichette, per mantenere il lavoro essenziale, concreto e radicato nella quotidianità.
Prima di chiudere
Se questo modo di lavorare ti parla, prenditi un momento per ascoltare cosa ti succede mentre leggi. Non serve convincerti, né “decidere” di colpo. È più utile chiederti una cosa semplice: in questo momento della tua vita, hai la disponibilità reale per un lavoro nel tempo, con continuità, che non punta a stravolgere tutto ma a rendere più stabile ciò che oggi fatichi a reggere?
Se senti che la risposta è sì, il passo successivo è andare alla pagina dei percorsi e capire come funziona, cosa include e quali sono i confini. Da lì, se lo vorrai, potrai fare una richiesta. Non per prenotare, ma per mettere nero su bianco dove sei e vedere se ha senso iniziare.
Se invece, leggendo, senti che stai cercando altro, che vuoi un cambiamento veloce, una spinta immediata o qualcuno che decida al posto tuo, va bene così. Non è un giudizio e non è un “no” alla persona: è solo una questione di compatibilità tra ciò che serve ora e il tipo di lavoro che propongo.
Il lavoro giusto è quello che puoi sostenere davvero, nel tempo e nella vita che hai oggi. E quando è quello giusto, si sente: non perché è facile, ma perché è praticabile.
A presto,
Giulio